chiudi

Bella Achmadulina

La limpidezza nella pagina

in “Poesia”, luglio-agosto 1998

 

 

INTERVISTA
a Bella Achmadulina

 

Può raccontare ai poeti italiani la storia della sua formazione come poetessa e quali sono stati i poeti più importanti della sua vita oltre quelli di cui parla in questo libro – Aleksandr Blok, Mandel'stam Pasternak, ecc.?

Ho scritto fin dall’infanzia. Ho scritto anche cose strane – forse per l'influenza della propaganda sovietica – ma che non avevano a che fare con la politica. Mi piaceva molto il romanzo della Beeker Stowe La capanna dello zio Tom e le moltissime poesie di allora avevano tutte un grande senso di compassione e di solidarietà per i negri. Una volta, però, una signora mi disse: "Bimba cara, non hai degli argomenti da descrivere più vicini alla tua vita anziché le sofferenze subite da qualcuno in un Paese che non conosci nemmeno? Scrivi sui cagnolini, sui mici, forse ti piacciono", e siccome veramente ne andavo matta mi sono messa a scrivere di cagnolini e di micetti. Sono passati gli anni, sono diventata adulta e abbastanza nota. Ho rincontrato questa signora e l’ho ringraziata. Lei è rimasta sorpresa e mi ha ricordato un verso della Marina Cvetaeva: "Un negro, un poeta, un cane, un ebreo: ecco i reietti dell’umanità, da sempre".

La mia prima giovinezza coincise con un periodo molto importante e impegnativo per la vita del mio Paese. Si era a cavallo di due epoche. Con quegli avvenimenti che ormai conosciamo tutti. E il periodo era propizio per chi avesse voluto incominciare la propria attività letteraria. Ora, un poeta più vecchio di me mi ha notato e grazie a lui sono entrata con sorprendente facilità all'istituto letterario Gor’kij.

All’inizio dei miei studi tutto andava molto bene, ma presto cambiò, e fu più difficile. Oltre all’arte, alla poesia, alla letteratura, c’insegnavano discipline politiche perché, in effetti, diventassimo persone di poco conto, comuni. E molti studenti, vuoi per inclinazione vuoi per debolezza – più che plausibile – del loro carattere hanno assimilato con molta bravura quest’arte o fingevano di averla assimilata, compiendo anche atti riprovevoli. Lungi da me il condannarli, adesso come allora, perché a questo soggiogamento si affiancava una certa intimidazione, come si è evidenziato soprattutto con la persecuzione di Pasternak dopo l'uscita del Dottor Zivago in Italia, e l’assegnazione del Nobel che fu costretto a rifiutare.

Molti scrittori hanno partecipato alla persecuzione. Questo succedeva nella letteratura cosiddetta adulta. Nella scuola letteraria, gli studenti si videro invece costretti a firmare lettere di denuncia contro Pasternak. Tra i firmatari c'erano anche persone cui Pasternak era molto vicino, ma egli stesso consigliò loro di firmare perché non avrebbe sopportato se avessero sofferto per colpa sua. Pasternak era molto amareggiato, ma anche molto realista, disse: anche ai miei tempi ci siamo comportati così.

Io non ho firmato quelle lettere, non per eroismo ma perché nessuno ha saputo convincermi. Ho risposto che non avrei potuto farlo perché conoscevo personalmente questo poeta e che lo stimavo. Così, sono stata esclusa per basso profitto in marxismo-leninismo.

Boris Pasternak, Lei lo ricorda in un piccolo e intenso poemetto...

Era l’autunno del 1959 quando l’ho incontrato. Nelle poesia cui lei si riferisce (In memoria di Boris Pasternak) è descritta la sua generosità, la sua bontà, era ancora in buona salute. E il suo dolore forse derivava dai ricordi di questi traditori, di questa gente. E, così, il 30 maggio dell'anno seguente, è morto. Mi e capitato, in seguito, di notare che quando l'anima resta sana ma i nervi saltano gli esiti sono molto tristi.

Alla fine, mi hanno reintegrata a pieno titolo nella scuola. Hanno chiuso un occhio sui miei insuccessi in marxismo-leninismo. Praticamente però io non ho più frequentato – semplicemente mi hanno rilasciato la laurea, che poi ho messo da qualche parte e non ho più rivisto per anni.

Per quanto riguarda i poeti che lei ha menzionato, certamente l'influenza è stata molto grande. Attivi prima della rivoluzione, rispetto a tanti altri miei contemporanei, essi avevano avuto più possibilità di leggere, di trovare i libri necessari: adesso, per fortuna, tutti i libri possiamo comprarli liberamente.

Nel frattempo, mi è capitato di recitare le mie poesie di fronte a un vasto pubblico e ciò accresceva la mia notorietà. La cosiddetta dirigenza, i capi, non si erano accorti di questo, ma quando ebbero motivo di essere scontenti di quanto facevo, ogni giorno diventava sempre più difficile chiedere il resoconto delle mie azioni. Ciò, naturalmente, era collegato con le lettere che firmavo in difesa dei perseguitati. Regola che ho sempre seguito fino a oggi, anche se oggi il contesto non e più così drammatico.

Molti miei amici, scrittori e poeti, si sono visti rifiutare un viaggio a Milano a Venezia, per esempio. Per fortuna, a me bastava lo spazio geografico del mio paese. Il mio paese è così grande – mi dicevo – che si troverà un posto anche per me. I miei libri uscivano a intermittenza. A periodi in cui venivano pubblicati seguivano periodi in cui non usciva nulla. L’intervallo più lungo si è protratto dal 1980 al 1987, e questo perché nel gennaio del 1980 il "New York Times" pubblicò la mia lettera in difesa di Andrej Sacharov che, in quel momento, era stato mandato al confino.

Uno degli argomenti più importanti nelle sue poesie è la responsabilità che il poeta ha rispetto alla pagina, alla carta, al foglio bianco.

La responsabilità, o l’assenza di responsabilità, di fronte a un foglio è un senso che è nato in me tanto tempo fa, anche nelle mie primissime poesie. In una, non ricordo precisamente quale, scrivevo qualcosa del genere: sono timida di fronte a un foglio bianco così come lo è un pellegrino davanti alla soglia di un tempio, così come lo è una vergine quando abbassa gli occhi di fronte all’amante. È un modo di dire che la carta può accogliere tutto. La limpidezza del foglio è sempre stata per me il simbolo della purezza dell'anima.

Nella pratica, come procede allorché si accinge a scrivere?

Ci sono certamente le bozze di quanto faccio: se poteste solo vederle capireste immediatamente il mio lavoro dl selezione, tante righe cancellate, ma quando mi tocca scrivere e riscrivere più di una volta la stessa poesia, la mia calligrafia diventa sempre più precisa: riscrivo ogni cosa più di una volta fino a toccare la perfezione calligrafica.

La poesia Mutismo e molto bella e esprime il modo in cui lei...

Ho dedicato tanti versi al mutismo inteso come impossibilità di scrivere; una persona molto arguta una volta mi ha detto: hai fatto tanti versi sul mutismo che rasenti lo sproloquio. Ma questo è legato al bisogno di riflettere dopo ogni mia apparizione e recita in pubblico: perché il vero posto di un poeta è a una scrivania.

Ecco un'altra poesia Il romanzo della dacia.

Il protagonista anonimo, non nominato lì, è Puskin, agisce come una persona reale, attraversa questo villaggio. Poi, ci sono tante poesie in cui c’è sempre Puskin, ma non è mai nominato. Ho sempre avuto un atteggiamento molto cauto e prudente rispetto a Puskin, per non usare invano il suo nome.

E nell’Avventura in una bottega antiquaria?

Anche lì c'è Puskin.

Altre poesie apparentemente sembrano descrivere le cose, esse prendono vita, si muovono e parlano come bambini, come uomini, come donne. Ma per gli umani sono cose. Può darsi però che esse raccontino qualcosa al posto degli uomini...

Certamente. C’è una poesia, che è entrata a far parte di questa raccolta, che si intitola Piccoli aerei. L’ho scritta dopo un sogno, di getto. Dopo la pubblicazione, ho avuto le mie grane con l’autorità, ma non solo per questa poesia, chiaramente. Molti mi hanno chiesto, anche qui, in Italia cosa fossero questi piccoli aerei. Anch’io l’ho capito molto tardi: quando ero ancora una bambina, all'inizio della guerra, stavamo in un rifugio al centro di Mosca con mia nonna, c’era gente provata, bambini che piangevano, la sirena che ululava. In questo rifugio antiaereo, che era uno scantinato, ricordo che filtrava una luce, attraverso cui si poteva vedere addirittura un pezzetto di cielo e gli aerei tedeschi che sfrecciavano su Mosca, a un tratto ho sentito gridare: l'abbiamo abbattuto. La contraerea russa aveva abbattuto qualcuno di quegli aerei e forse a me è rimasto impresso questo spettacolo: un aereo preso di mira dai raggi dei riflettori che solcavano il cielo. Certamente, potevo non rimanerne immune, ma ebbi pietà di questi piccoli aerei...

Una parola per i lettori italiani...

Le buone parole sono rivolte a tutti, anche ai non lettori. Prima di visitare l'Italia era già forte in me l'influenza di questo Paese. L'influsso di questo Paese sul nostro destino di poeti, scrittori e artisti russi comincia prima ancora di coincidere con il concetto geografico dell'Italia.

Pure, negli ultimi anni ho avuto modo di visitare l'Italia più di una volta e ho visto molti capolavori dell'arte italiana, le fantastiche bellezze naturali e la simpatia delle persone.

 

 

chiudi