__________________________

chiudi

 

Bella Achmadulina

Nel fitto dei secoli

Poesia, luglio-agosto 1998

 

 

Bella Achmadulina nasce a Mosca nel 1937, anno in cui l’intera Russia celebra il primo centenario dalla morte di Pushin. L’opera di Pushin aleggerà nella poesia di Bella Achmadulina in tutta la sua tensione linguistica, in ciascuna sfumatura, fondando l’impalcatura di una poesia particolarissima.

Bella Achmadulina è oggi, e non solo in Russia, la poetessa più acclamata, più recitata, più applaudita, più amata. Delle sue poesie i giovani russi ne hanno fatto canzoni, della sua bellezza i suoi coetanei hanno fantasticato, il suo talento i critici hanno declamato. E lei ha restituito ai suoi amici e ai suoi lettori tutta la forza, repressa per settant’anni, della lingua e della letteratura russa.

Entra in scena alla fine degli anni cinquanta, inizio anni sessanta, con la freschezza della sua giovane età, con la potenza della sua scrittura, con la musica delle sue strofe. Intorno, i relitti e il gelo della guerra. Poeti, amici, scrittori, artisti: morti senza speranza, esiliati senza ritorno, muti senza pensiero. La sua irruzione è inarrestabile, scuote con le parole quanto sembrava assopito da anni, trova quanto altri sembrava avessero perso per sempre, e restituisce alla poesia, a quelli prima di lei e a quelli che con lei hanno lottato, la dignità dell’arte, la libertà di pensiero, la "nitida semplicità della grandezza". Quanto si era perso lungo la strada, fin dagli anni venti, nella costruzione di una cultura russa a passo con l’Europa, Bella Achmadulina con il suo piccolo gruppo di amici lo riprende, lo legittima, e gli dà vita.

Con lei non si tratta più e non soltanto di presentare una poetessa, di esaminare la sua poetica, di formalizzare la sua lingua, con Bella Achmadulina si tratta di intendere gli effetti della sua decisione, di raccogliere i frutti della sua fioritura, di predisporre teatri, cinema, case editrici e discografiche, gallerie d’arte e musei per accogliere e ascoltare quanti si affermeranno con lei e dopo di lei. Questa la sua grande missione: la libertà di parola di una regione che ha contribuito e che contribuirà in maniera straordinaria alla fondazione dell’Europa nuova.

Di lontana ascendenza italiana – il suo bisnonno materno si chiamava Stopani – l’Achmadulina fin dall’inizio è poetessa senza confini. E la giovane letteratura russa, vecchia di tre secoli nella sua espressione più alta, con lei sembra proseguire ciò che da millenni vive nelle arti e nelle lettere del Mediterraneo, fonte di civiltà e di tradizione. È, certamente, oggi il momento propizio perché il tentativo d’introdurre il rinascimento in Russia possa funzionare e produrre ciò che in Europa si era inceppato proprio negli ultimi tre secoli. Quando infatti in Europa incombeva l’illuminismo, la Russia di Pietro il Grande tentava il rinascimento con la fondazione di San Pietroburgo. Tentativo riuscito solo in parte e rimasto in sospeso. La vastità delle sue terre, le distanze, il clima, lo zarismo prima e il realismo rocialista poi hanno fatto il resto. Nel secolo scorso scrittori e artisti si formarono in Italia, all’inizio di questo, fino agli anni venti, il fermento culturale in Russia con i futuristi e con l’avanguardia andava di pari passo con l’Europa. Poi, dopo la rivoluzione di Ottobre, milioni di persone hanno sperimentato sulla loro pelle e con la loro vita la costrizione e hanno conosciuto il mutismo, termine fin troppo ricorrente nell’opera dell’Achmadulina ("Grido, ma come il respiro d’inverno/si condensa sulle labbra il mutismo").

Iscritta all’istituto letterario Gor’kij, espulsa prima di completare di studi per scarso profitto in marxismo-leninismo e poi riammessa, termina gli studi nel 1955. Le sue poesie, quelle degli anni sessanta in particolare, sono dedicate ai suoi immediati predecessori: Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Osip Maldel’stam. Senza dimenticare, negli anni ottanta, le poesie in memoria di Aleksandr Blok e dell’artista N. N. Sapumov. Su ciascuno di essi Pushin, maestro da imitare, da ricordare, da alimentare, verso cui inchinarsi con l’umiltà del poeta.

Ciascuno di loro ha dato la vita per la poesia. E ritroviamo Pasternak nei boschi di Peredelkino che "solo dinanzi ai cieli invocava il perdono/per il peccato della nostra mente imperfetta" e Marina Cvetaeva nei suoi ultimi giorni a Elabuga, città cieca e maledetta ("Dormi, bimbo, taci, bimba mia/se no arriva Elabuga, la cieca"), e Mandel’stam, "il giudeo in cui Russia e musica si son destate". E Blok "Cosa ha visto oltre la tenebra, oltre il bruciato?/ Di quale luce si è inebriato?". "Galleggia, o rosa, adornando l’abisso" nel mare di Finlandia nel quale scomparve per sempre Sapumov. Sacrifici in nome della libertà, vite spezzate per non compromettere l’eternità. E quanti altri! E quanto dolore! Poiché loro era la grandezza, la semplicità, la poesia.

Bella Achmadulina non si rassegna: la memoria intaglia nella pietra il suo messaggio: non ciò che è stato ma ciò che è, e che rimane indifferente alla cancellazione della storia.

I colpi inferti alla letteratura, alla poesia e all’arte prima dalla rivoluzione, poi da Stalin, ancora da Zdamov con le regole del realismo socialista e in seguito, anche dopo il primo disgelo del ’54, con Chruscëv fino al ’64, e con Breznev, hanno comunque favorito una certa produzione artistica di qualità. Libri, riviste e poesie venivano diffusi con i samizdat e cioè non ufficialmente, battuti a macchina su carta velina. Le vicende dell’Acmatova, Nabokov, Salamov, Platonov, Solzenicyn, Brodskij hanno contribuito a completare il disgelo e a scongiurare la censura.

Libri pubblicati in Occidente ora escono anche in Russia e viceversa. Le poesie di Bella Achmadulina sono nelle versioni inglese, tedesca, francese e ora anche italiana in un’ampia raccolta pubblicata da Spirali dal titolo Poesia nella traduzione di Daniela Gatti.

Fino alla fine degli anni ottanta i suoi libri circolavano clandestini, i dischi con incise le poesie recitate sono stati ascoltati dai giovani, poeti, artisti e scrittori e non. Il primo libro di poesie pubblicato in Russia da Bella Achmadulina risale al 1962 e ha come titolo La corda. Ne seguono altri ma non tanti, solo cinque, nei successivi venti anni.

Quando uscì La corda, quel gruppo di poeti allora poco più che ventenni – oltre alla Achmadulina vi erano Evtusenko, che la poetessa sposò in prime nozze, Andrej Voznesenskij e Robert Rozdestvenskij – portarono nuova vita nella cultura sovietica. Per la prima volta, con l’Achmadulina ed Evtusenko le poesie venivano recitate sui palcoscenici e negli stadi, di fronte a migliaia di persone, erano un grido di libertà dopo decenni di assordante silenzio. Poesie come poemi, come fiabe. Le prime poesie dell’Achmadulina sono narrazioni in versi dedicate ad amici, a maestri, a poeti più sfortunati e indubbiamente grandi. La grandezza, dinnanzi a cui il poeta si prostra, è la grandezza di chi, venuto prima di lui, ha vissuto senza tradirsi. E tutto questo infervora e infiamma l’animo di migliaia di giovani perché ciascuno, quando avverte che le corde della sua vita stanno per essere in qualche modo accordate si espone ad ascoltare la sua musica, la sua sinfonia, il suo valzer o che dir di voglia.

La popolarità dell’Achmadulina muove forse da qui. Ascoltarla mentre recita, sia pure in lingua russa, scuote l’indifferenza di chi non si crede poeta, contrasta la fragilità e forgia il carattere, qualunque cosa accada, qualunque sia la storia. Ciò che Bella canta è il dolore che mai può volgersi in sofferenza. Può cantarlo perché non se ne vergogna, perché la sua voce trema quando lo evoca mentre recita. E intorno a lei tutte le cose sono vive, è viva la pioggia nella bellissima poesia La fiaba della Pioggia, è viva la luna, gli alberi, il giardino, il giorno, la notte perché nulla agli occhi del poeta passa inosservato. Se non fossero vive, esisterebbero le cose? Così come l’inverno o l’autunno, come la casa e il lampadario o i bicchieri... Come quell’antiquario che a duecento anni è "immortale per dolore e per amore". Anche lui vive.

Poi il silenzio. Le cose lasciano pensare. Il foglio è là, nell’intervallo di due albe, dove due ombre combaciano solo un istante, lungo il volgere del giorno. È ancora bianco, finché non s’incontrano la tempesta e l’aggettivo, finché non si udrà "improvviso un rapido fragore, un istantaneo preciso sparo di puntini sospensivi". E se il poeta imbratta quel foglio... "Io non c’entro, questo è un talento senza pari, al servizio d’altri dei". Il talento, ciascun poeta sa di non potere farne a meno. Condizione della scrittura, dell’itinerario. Ciò di cui si preoccupa il poeta è di restituire, mille volte tanto, il talento che gli è stato donato. E questa è una grande questione della poesia russa. "Mi misi a vivere, e vivrò a lungo./ Da quel giorno chiamo tormento/ terreno ciò che non ho cantato/ il resto lo chiamo beatitudine".

Fabiola Giancotti

 

 

chiudi