___________________________

chiudi

 

Il romanzo artificiale di Francesco Burdin

 

A. Z. Artista. Per un caso, perché no?, fortuito un bel giorno, lo stesso in cui perde la moglie, si sdraia sul letto accanto a lei e dopo un po’ si sveglia, o diciamo, gli sembra di svegliarsi, quasi morto. Anzi, morto a metà. Ovvero catalettico. Morto al cinquanta per cento oppure vivo al cinquanta per cento.

Cinquant’anni, una vita di libertino alle spalle, degna (quale migliore occasione!) di essere raccontata. Così che, nota la "spontanea inclinazione dei catalettici di abbandonarsi alle confidenze", il vecchio (si fa per dire) A. Z. invoca Mnemosine "guardiana della mente" e della memoria. E si abbandona, captando la benevolenza della sua dea, a pensare – poiché non può fare altro essendo catalettico – ai cinquant’anni trascorsi da libertino.

Attorno a lui, la sua presunta, o quasi certa, famiglia. "Sette per la precisione: cinque vivi, una defunta e A. Z.", vivo al cinquanta per cento. Condizione privilegiata poiché se anche la scienza non poteva considerarlo vivo, allo stesso modo non poteva considerarlo morto né poteva giudicare questo suo stato come una malattia, visto che la sua salute era perfettamente integra. Soltanto, non parlava, non si muoveva, non vedeva. Ascoltava e pensava "avendo ormai l’intero giorno di ogni giorno e l’intera notte di ogni notte a disposizione" e anche perché "quando un uomo non ha via d’uscita comincia a pensare". A. dunque pensava.

"È stato già autorevolmente notato che non c’è nulla di più difficile che descrivere un uomo che pensa, figurarsi dunque descrivere un catalettico che pensa" e non per difficoltà grammaticali, linguistiche o stilistiche. In fondo, basta stabilire cos’è il pensiero e se proprio occorre un "soggetto" che pensi e qualcuno che recepisca. Ora, se A. non poteva manifestare il suo pensiero, così come fanno tutti gli uomini che credono di pensare e che credono di loro competenza il pensiero in quanto soggetti pensanti, A. o non era un uomo, cioè un soggetto, o non pensava. Poiché pensava, poteva anche mettere in dubbio il suo essere uomo e dunque soggetto... La soluzione di questo problema era destinata a "restare come una gemma preziosa ben chiusa in cassaforte". E è pur vero che la catalessi gli risparmiava un sacco di guai di questo genere. Non ultima l’estetica, per esempio. La catalessi non solo lo conservava in buona salute, ma anzi lo aveva reso più bello – così dicevano i suoi e così era assolutamente convinto egli stesso – e giovane. Per vari lustri, tanto quanto durò (ma non ci è dato saperlo) la catalessi, non una ruga, non una piega, non un segno del tempo sulla sua persona... "Si andrà a finire – suggerì suo figlio – che noi prima avremo la sua età e dopo più della sua età, cosicché nostro padre diventerà più giovane di noi".

Felice condizione quella del catalettico, addirittura perfetta. La perfezione stessa. Sicuramente, A. l’avrebbe trovata nella sua vita da libertino ma, ironia della sorte, fu la perfezione a trovare lui "senza che egli alzasse un dito".

"Non sono stato io a fare la scelta. Ma adesso che è fatta, trovo che non si sarebbe potuto scegliere di meglio".

Così si conclude, o incomincia, a discrezione del lettore che non può sperare di esaurire con una sola lettura questo libro, l’Apoteosi di un libertino di Francesco Burdin, il terzo di una trilogia incominciata con Antropomorfo (1979) e Davenport (1983), trilogia che costituisce il "testo" di Burdin. Una traversata linguistica della materia della scrittura.

In Apoteosi, A. Z. è artista. Catalettico. In Antropomorfo, Angelo è un bellissimo e intelligentissimo "torso" mutilato. In Davenport, la storia di F. B., scrittore, incomincia con la sua presunta morte.

Artifici linguistici con i quali Francesco Burdin è in grado, da grande scrittore quale egli è, di costruire un romanzo. Con una serie di figure retoriche prese a prestito dalla logica grammaticale e reinventate in un’altra logica, quella del pensiero. La stessa logica per la quale i fantasmi, le idee, i pensieri si mettono a operare per la scrittura.

"Se quanto è avvenuto, o si racconta che sia avvenuto, in milioni di anni sulla terra, non fosse mai in effetti avvenuto?". L’avvenimento e l’evento procedono dall’introduzione del tempo. Quanto avviene e quanto diviene non può essere impacchettato perché costituisca un fatto. Sfugge a qualsiasi comprensione, sfugge alla stessa Storia. Il "fatto" è che nessun catalettico pensa, nessun antropomorfo è intelligente, nessuno scrittore scrive dopo morto. Sarebbe questo il fatto, se esistesse. Ossia, sarebbe già fatto e già scritto. E non occorrerebbero un grande scrittore come Francesco Burdin né grandi romanzi come questi.

Artifici letterari. Romanzi artificiali, dove l’artificio è il dispositivo estetico e letterale, poetico e scritturale del testo. Nulla di naturale e nulla di contronaturale, ma anzitutto scrittura. "Non ti sei accorto, carissimo, che alla fine del secondo millennio l’esercizio della scrittura, benché non sia apprezzato né tanto né poco, è rischioso almeno quanto era l’esercizio di fare miracoli al principio del primo?".

I romanzi di Burdin non costituiscono un genere letterario. Non appartengono al postromanticismo né al postilluminismo di questa metà del ventesimo secolo. E non si servono né dello sperimentalismo né del manierismo. La scrittura, qui, è arte e invenzione. La letteratura è un aspetto, ma vi trovate anche matematica, filosofia, semiologia, poesia, musica, scienza, intelligenza artificiale, realtà virtuale. Il modo di elaborare ciascun arcaismo linguistico e non, con l’artificio della scrittura.

Nessuna angoscia esistenziale (malattia del secolo scorso), nessuno svelamento o "velamento" dell’essere, nessuna metafisica. Scrittura. Senza l’omaggio all’epoca. Perché le cose proseguano. Perché l’essenziale è ancora da scriversi. 94

Fabiola Giancotti

 

 

 

 
 

chiudi

HOME