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Aleksandr Kusner

La poesia di San Pietroburgo

 

 

San Pietroburgo è oggi una città di cinque milioni di abitanti. Fondata da Pietro il Grande nel 1703 è la "finestra sull’Europa" che la Russia auspicava fin dal decimo secolo, secolo ufficiale della fondazione dell’antica Rus’.

San Pietroburgo, città di splendori e di tragedie, città d’arte e di poesia, può testimoniare, nei trecento della sua storia, l’alternanza della grandezza e la tragica sorte degli umani e della Russia. Costruita con il contributo di architetti e artisti europei, italiani anzitutto (Quarenghi, Rastrelli, Carlo Rossi), San Pietroburgo è la città di fiumi e di canali (La Neva, la Fontanka, la Mojka), del mare (il golfo di Finlandia), dei giardini d’estate e d’inverno. E' la città delle notti bianche, della rivoluzione di Ottobre, di Puskin, di Dostoevskij, dell’Achmatova e di tanti, tanti altri. E' anche la città dell’Ermitage, delle grandi piazze e delle grandi cattedrali, delle grandi vie (la Prospettiva Nevkij che si estende per quattro chilometri e mezzo).

Suggestiva per i suoi abitanti, misteriosa per chi la visita. Iprimi vivono ogni suo angolo con violenza e intensità, i secondi ne restano incantati e con il rimpianto di qualcosa non visto, che mai si scoprirà loro.

Amata e odiata da artisti, poeti e scrittori è lo scenario in cui vive il poeta Aleksandr Kusner.

Nato nel 1936 nell’allora Leningrado, Kusner ha già ispirato vari critici e intellettuali. Nel 1986, egli dedica alla città un libro Versi di San Pietroburgo che, insieme ad alcuni saggi, esce in Italia con il titolo La poesia di San Pietroburgo (Spirali edizioni, traduzione di Valeria Vajana).

Con questo libro, l'Italia può accogliere Kusner tra i grandi della letteratura e della poesia russa.

"Kusner è un poeta tipicamente leningradese e Leningrado è una città di palazzi austeri, di venti forti, una città intabarrata nel suo cappotto, una città che si regge, alla lettera, sulle sue prospettive e le sue strade, per le quali il poeta si aggira indossando un severo abito nero, come personaggio classico e tradizionale" (D. Lichacëv, dalla Presentazione).

Ogni pietra, ogni canale si snoda fra le sue vie, e ricorda qua e là Venezia. Entra nei versi di Kusner quasi di prepotenza, come scenario necessario alla vita. "... È così anche a Leningrado. /Dove il giorno intero, esposte a venti gelidi, / in abiti bagnati si pavoneggiano le pietre".

Le poesie di Kusner dedicate alla città sono tante, con varie sfumature. Ritraggono la città d’inverno ("Con trenta gradi sotto zero è molto facile/Immaginare che il mondo finisca"), d’estate ("Le sempreverdi chiome sono folte,/ acqua azzurra e farfalle di merletto/ nella Neva"), "Le vie dove potrebbe passeggiare Dostoevskij", i palazzi ("Oh palazzo dello Stato Maggiore!/ Un rotolo tu sei di carta gialla"), il mare ("Oh mare, lucido come disegno").

Mentre lo seguiamo nella lettura siamo in grado anche noi di accompagnarlo. Andiamo lungo la Mojka, la Mojka...: "Andiamo proprio lungo il margine/ Della tristezza, presso l’acqua verde,/ Andiamo nel paradiso e nell’inferno/ Dove tra loro non c’è più confine/ Dove si allunga della memoria il rotolo/ Che si svolge sotto forma di palazzi,/Di tante beatitudini e sofferenze".

"Aleksandr Kusner è uno dei massimi poeti lirici russi del ventesimo secolo. Il suo nome è destinato a trovar posto nel cuore di ogni persona di lingua russa e, al pari di colui che lo porta, sopravviverà a noi, ai nostri figli, ai nostri nipoti", dice Josif Brodskij nell’introduzione. Poeta anche Brodskij e amico di Kusner, grande e sfortunato nella sua precoce scomparsa. La vita di Brodskij assomiglia troppo a quella di altri amici e poeti persi per strada lungo il tempo, le stagioni, gli anni.

Consapevole del valore della vita, dell’eternità dell’istante, la morte, per Kusner, è una questione da affrontare. E a essa dedica le poesie più intense, più vive, più disperate. Versi che si citano a memoria, perché una volta ascoltati mai più potranno essere dimenticati. "La vita orna la morte con sublime cesellatura./ Senza la morte chi le darebbe nuovi temi?". "Cosa è più confuso della sorte, cosa è più sicuro della morte?". "Non temere niente: non esiste la morte, neanche a morire". E ancora: "Ma anche nel giorno più giocondo,/Il più tranquillo, il più insignificante/ La morte, come granello nel fondo/ Di variopinta lucentezza risplende". "Morire è farsi contemporaneo di tutti – tranne di quelli che sono ancora vivi".

Che cosa sia la morte nessuno lo sa. Il poeta può non temerla, solo a lui, infatti, è permesso dirne qualcosa. Per noi, avanzare commenti, qui, è come un sacrilegio. Non si può, d’altra parte, non incorrere in questioni altrettanto essenziali, altrettanto assolute. La vita, per esempio ("Ma la formula della vita si compie nel sogno/ Ed essa è orrenda, orrenda, orrenda, stupenda, orrenda". "... Trattino pure così, gli uomini, / Con un po’ di negligenza la vita". "C’è all’inferno una pena per quelli come me:/Il paradiso della vita che è passata/ La nostalgia della mortale insufficienza"), il tempo ("Pelle è il tempo, non veste". "Comprenderò che tra il secolo e l’istante/La differenza non è poi così grande". "Così giacciamo nell’oscurità/E l’orologio sgocciola sul tavolo"). E ancora: l’amore, l’atto di scrittura, il sogno. Ma anche la storia, i classici, le città d’Occidente e la Grecia, l’Italia. E la filosofia, la matematica, la teologia, Dio. "Dio è forse colui che oltrepassata l’ombra/ Delle nostre porte, al mattino al cancello fa ritorno".

"In queste pagine, vi troverete immersi in un tête-à-tête con la poesia nella sua forma pura, la più pura di cui dispone la lingua russa [...]. Eppure, considero mio dovere avvertirvi che un incontro con la poesia in forma pura è suscettibile di ampie conseguenze" (Brodskij).

Kusner è una sorpresa per il lettore, per il poeta. Si sarebbe tentati di non dire più nulla, di leggere le sue poesie e basta, senza commento. Qualcuno dirà: è una traduzione, come può, nella traduzione, passare tutto questo?

Nonostante questo, la poesia. Qualcosa che passa, inarrestabile, dilagante, anche in un’altra lingua.

Un’ampia, straordinaria e non affatto dispersiva panoramica sulla figura del poeta e sulla poesia è esposta da Kusner nei saggi pubblicati nello stesso libro La poesia di San Pietroburgo, di cui qui è possibile solo qualche accenno per niente esaustivo, proprio perché in ciascuna riga vi sono termini, questioni, domande e risposte che ciascun poeta si pone da sempre. Ci sono le testimonianze dei grandi con cui Kusner avvia una conversazione in verticale. Ci sono incontri, aneddoti, versi noti e meno noti.

Professore di lingua e letteratura russa all’Università di San Pietroburgo, Aleksandr Kusner ci arricchisce, in sole duecento pagine, di istanti infiniti e irripetibili.

La generosità e l’umiltà del poeta compiono questo miracolo.

La poesia "sfiora l’udito" e "non capita tutti i giorni". Voi toccate le parole, vi accorgete del loro valore, e capirete che la superficie non è piana, che la vita non è inutile, che la morte non è morire. Che il poeta non esiste nella contemporaneità e non si confonde con l’epoca. Che il verso s’interessa dell’istante e "usa solo il presente del verbo".

E a Kusner è cara un’immagine tratta da un frammento di Archiloco che dice "Bevo appoggiato alla lancia". Un istante che mai potrà risolversi con il prima o con il dopo.

La poetica di Kusner non è dunque retorica o accademica. Risente dell’assoluto e della violenza del tempo. Qui la piega, lì lo squarcio. E qualcosa s’intende lungo la via maestra della poesia.

La poesia e la letteratura russa del ventesimo secolo procedendo da Pushin, Baratynskij, Cechov, Annenskij, Kuzmin, Tjutcev, Dostoevskij, Fet... hanno restituito Mandel’stam, Cvetaeva, Pasternak, Achmatova..., e, alla conclusione del secolo, Kusner, Brodskij, Achmadulina...

Dell’incontro con Anna Achmatova – la narrazione che Kusner ne fa è straordinaria – è d’obbligo trarre queste parole: "Bisogna spalancare le porte, far entrare il lettore nei versi", dice Anna Andreevna al ventenne Kusner.

Fabiola Giancotti, maggio 1998

 

 

 

 

 

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