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Fabiola Giancotti

La lettura

La lettura. La lettura e il testo. La lettura e l’impossibile storiografia. La lettura e la lingua. La lettura e il libro. Come leggere. La lettura e l’edizione
Il libro nell'arte

La lettura

Leggere per imparare, per conoscere, per commentare, leggere per leggere sono modalità che impediscono la lettura. La psicologia della lettura, assunta a modalità sociale, gestuale, sistematica, universitaria propone varie tipologie di lettori integrati, apocalittici, oratori, interpreti, insegnanti, maestri, e tutto questo per rinchiuderli nel cerchio della significazione, del segno, o del finito come metafora del già letto, del già commentato, del già sistematizzato. Una lettura di livellamento e di normalizzazione che rappresenti e distingua il lettore comune dal lettore professionale, il lettore impegnato dal lettore disimpegnato.
Il lettore in quanto tale, il lettore-soggetto, non esiste. È una creazione funzionale al pregiudizio secondo cui la lettura debba essere orientata, incanalata, suggerita, proibita o consentita. Oppure, che ci sia il lettore che crei se stesso, il lettore anarchico, il lettore solitario, il lettore rivoluzionario.
Il lettore-tipo, il lettore-modello, il lettore-attivo o il lettore-passivo. In ogni caso, si ha qui il lettore soggetto: questo lettore, quel lettore, il lettore colto, il lettore incolto, il lettore occasionale, il lettore assiduo.
In ciascun istante ci si imbatte – nei libri, nella conversazione, nelle scuole, nella vita – con un’idea di lettura divenuta sostanza (ho letto tanti libri, la mia biblioteca ha cento, mille libri) e con una pratica divenuta psicoterapia (leggo per distrarmi, è un libro che mi appassiona, leggo per dimenticare o per ricordare, mi piace leggere, odio leggere).

 

La lettura e il testo

Il testo occidentale, il testo rispetto alla lettura del quale ciascuno di noi si è formato, è un testo che, così come giunge oggi all’ascolto, è invischiato di tutte le epoche e di tutti pregiudizi che ogni epoca ha prodotto. Più precisamente, si tratta del discorso occidentale, e il discorso sarebbe lo scritto – la lettura, il lettore – senza il testo. Impossibile però togliere il testo nonostante il discorso abbia cercato di liberarsene cancellandone ogni traccia. Qualcosa rimane, nonostante duemilacinquecento anni di storia, tra le righe, nei fogli, tra le pagine. Qualcosa prosegue e incomincia ossia qualcosa si propone come apertura e inaugura una ricerca senza più le fantasmatiche del soggetto al quale era stato affidato il compito di distinguere tra quello che considerava bene o male, buono o cattivo, alto o basso. Qualcosa rimane, ma non è già dato, non è scontato: occorre restituirlo con la lettura, leggendo il testo. Il testo dell’Occidente consta certamente di contraddizioni, di opposizioni, di positivo, di negativo ma la lettura procede dall’impossibile distinzione tra positivo negativo. Occorre che quanto è stato scartato e negato alla lettura, venga affrontato, analizzato, reintrodotto nell’elaborazione, in altre parole, che venga letto.
Restituire il testo con la lettura comporta non una lettura estemporanea e originale, non una fenomenolologia della lettura e neanche una lettura ontologica. Non ogni cosa giunge alla lettura né la lettura restituisce ciò che sembra essere letto. A volte capita che leggendo e udendo e scrivendo quanto viene restituito sia molto di più di quanto ci si aspetta, di quanto si è investito nella ricerca, di quanto ci si provava a immaginare. E altro materiale interviene al punto tale da esigere che ancora qualcosa si scriva, che ancora qualcosa si legga.

 

La lettura e l’impossibile storiografia


Non sappiamo se, anticamente, la lettura sia stata una pratica anteriore alla scrittura o viceversa. E se la condizione, come oggi, fosse la simultaneità. Dall’antichità abbiamo notizia della tradizione orale che sembrerebbe anticipare sia la scrittura sia la lettura, ma anche l’invenzione della città, della comunicazione, della lingua. Con la scrittura e con la lettura, l’oralità non viene tolta, ma assume un’altra portata. La stessa memoria, ciò che l’oralità deve custodire e tramandare, ha un’altra accezione: non più ciò che appartiene al ricordo ma quanto si scrive nella dimenticanza. Per un altro verso, l’oralità prosegue con la lettura a voce alta. Anche la scrittura, attraverso la scansione fonetica, rientra nella oralità. Il lettore diviene portavoce e interprete dello scritto. Solo in seguito, con la lettura silenziosa, l’accezione etimologica che comprende termini come raccogliere, riunire, scegliere o accostare, decifrare, interpretare, viene assunta. Ancora c’è l’uditore, che era quello della tradizione orale. Ancora la scrittura non si prova a scrivere il silenzio, le pause, la modulazione, il ritmo, e la scriptio continua orna il testo di difficoltà estreme fino al Medioevo e, in alcuni casi, fino al Rinascimento. Nel V secolo, sant’Agostino ci regala pagine bellissime nelle Confessioni. La lettura a voce alta di un passo del Vangelo opera in lui l’inaspettata conversione. Poi, egli stesso prende, apre e legge il Libro. Si sofferma su una pagina e ascolta le sue stesse parole mentre le pronuncia. Ma grande, incontenibile, è la sorpresa quando scorge sant’Ambrogio immerso nella lettura silenziosa.
E con la lettura silenziosa, la scrittura si dispone all’intervento del tempo. Le parole cominciano a distinguersi. La metrica lascia il posto al ritmo, alle pause, al silenzio. La lettura, sia pure la difficoltà permanga rispetto alla sintassi e alla frase, giunge all’intendimento e alla semplicità con la scrittura. Il lettore ora è il destinatario e diviene esso stesso uditore. Anche la punteggiatura comincia a articolarsi rispetto a questa trasformazione. La lettura a voce alta rimane, ma la lettura silenziosa la integra, aprendo altre vie. Il lettore ora partecipa allo scritto. Aggiunge e toglie. Appunta glosse, scrive note, riprende passi. Si moltiplicano le biblioteche; si raccolgono, si consultano, si annotano, si catalogano i libri.
Dalla lettura intensiva dei libri sacri, alla lettura estensiva che comincia a farsi strada fuori dai conventi, tra la gente sempre più numerosa. Le università, sorte nel Medioevo con la distinzione tra arti liberali e arti meccaniche avviata dagli scolastici, assumono la lettura come pratica di acquisizione del sapere. Alla meditazione e alla contemplazione, l’università sostituisce il commento, il disputare, il predicare. Sono di quell’epoca i florilegi e i commentari (strumenti di universalizzazione del sapere in assenza del testo), che consistono nel riportare brani o citazioni, commenti e interpretazioni del testo originario. Non più la glossa a integrazione, ma il commento (come riduzione, come facilitazione e padronanza sul testo) il compendio, l’estratto. Sottraggono il testo alle infinite variazioni della lettura e ne restituiscono un prodotto uniforme e universale. Questa metodologia rimane per secoli come sbarramento alla lettura e alla scrittura. E nel Quattrocento, quello che doveva essere il ritorno al classico, diviene materiale per preservare il presente dall’attuale. La cultura umanista depura il testo, toglie la difficoltà, toglie l’illeggibile, toglie l’imponderabile e lo restituisce nella sua presunta amenità, nella sua presunta perfezione artistica, nella sua presunta purezza stilistica.
"Costoro vanno sconfiati e ponposi, vestiti e ornati non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non concedano; e se me inventore disprezeranno, quanto maggiormente loro, non inventori ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati". Leonardo si accorge dello scempio, ma non discute con essi. È altra la sua lettura. "... farò come colui il quale per povertà giunge l’ultimo alla fiera, e non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte cose già da altri viste e non accettate...". Leonardo diviene scrittore per la via dell’osservazione, dell’esperimento, del fare, e ci lascia un testo che per cinque secoli rimane non letto.
La traccia rinascimentale si fa di arte, d’industria, di politica, di sessualità, di pornografia. L’invenzione della stampa, l’intervento del cattolicesimo, la volgar lingua, danno un’altra portata alla lettura. La reazione è l’inquisizione, la messa all’indice, il protestantesimo. Nel Cinquecento la novità è tangibile e la reazione altrettanto. Per la prima volta il pubblico entra in scena. La stampa comincia a dilagare e tra lo scrittore e il lettore c’è il tipografo, il revisore, l’editore.
Ma il pubblico probabilmente giunge in seguito alla lettura. Gli stampatori del quindicesimo e del sedicesimo secolo e le loro ideologie, avevano forse scambiato il lettore con il pubblico e, fino al ventesimo secolo, un certa modalità di lettura forma un pubblico senza infinito, come nel romanticismo, o basato sulla contabilità dei singoli, come nel ventesimo secolo.

 

La lettura e la lingua


Mi trovo dinanzi a un testo. Sto avviando una ricerca. La lettura di quel testo risulta difficile. Mi trovo lì, nell’esigenza di capire. Occorre lo studium, l’impegno. Non ho ancora elementi linguistici e strutturali per intendere. La lingua è ancora informe, grezza. Richiede lavoro e teoria. Qualcosa si scrive ma non è ancora quello di cui si tratta.
La ricerca non toglie la difficoltà. Tutt’altro. La ricerca che toglie la difficoltà si giustifica applicando l’oscurità e l’incomprensibilità come sistema per cui la lingua viene negata e la lettura abbandonata.
Lingua, linguaggio, parola, per nulla possibili da trattare, non erano riusciti a precisarsi nella scienza del discorso. Qualche passo lo avevano fatto la matematica, la letteratura, la poesia, così come il teatro, il cinema, la danza o la pittura, la scultura, l’architettura.
Tolta la ricerca, la lingua deve essere facile, senza intoppi, senza comunicazione. Quella che volgarmente viene definita facile è la lettura per i depressi, per gli analfabeti, per il lettore comune o il lettore di massa, e deve riportare esattamente il luogo comune, senza variazione. Ognuno legge dunque ciò che crede di sapere già e s’immedesima, si assimila, si confonde e si perde in quella lingua che lo trova d’accordo o in disaccordo. La lettura facile è quella che apparentemente comunica qualcosa che già il lettore avrebbe acquisito e lo comunica nella sua lingua in modo che questi, senza sforzo, lo capisca nella sua lingua. Leggere nella propria lingua è come parlare nella propria lingua, togliendo dunque la difficoltà, spesso e quasi sempre intesa come impossibilità di leggere quel testo.
C’è ancora una via, però, che si traccia simultaneamente alla difficoltà. A un certo punto, è tale la difficoltà che qualcosa giunge al suo estremo e si legge, scrivendo, in modo nuovo, inedito. Appunti, note, insistenza, costanza giungono al testo e trovano l’estrema semplicità. E la lingua, quella che ho trovato difficile, differente, altra, diviene semplice quanto nessuna lingua comune mai potrà divenire.
La difficoltà estrema, quella che non si può togliere ma che anzi si accentua, quella che interviene quando chi incomincia a leggere affronta il testo con umiltà, con disposizione all’ascolto, senza saperne nulla e con l’assoluta onestà della ricerca, affianca poi la semplicità. Impossibile che io ne sappia prima della lingua di quel testo. Impossibile che il commentatore, il critico, il recensore m’informino prima. Ora il testo non lo si comprende, ma si capisce e s’intende. Ora la ricerca può concludere all’aforisma, al racconto, al romanzo.
La lettura ritrova la semplicità integrando ciascun dettaglio, ciascun elemento. Se nessun elemento interviene, la lettura è facile. Scorre come il tempo inteso come durata – non per nulla sono comuni espressioni quali "leggere per passare il tempo", "per ammazzare il tempo", "per perdere tempo": ma provate a leggere in questo modo, è una lettura che lascia il tempo che trova, ossia senza tempo, perfettamente sincronica con l’epoca, perfettamente adeguata alla calma, perfettamente comprensibile perché nulla c’è da capire, da intendere. Non perché il testo nulla possa trasmettere, ma perché la lettura si accontenta di vedere e di scorrere quanto è scritto senza udirlo. Ciascun testo, ciascuna riga di quanto è scritto, di quanto comunque può leggersi, solo se rientra in una ricerca può incominciare a esistere. La questione è quella della lingua. E qui si discute della lingua che interviene leggendo. Leggere nella propria lingua può situare, a volte in modo irreversibile e per secoli, il testo, per esempio quello occidentale, nell’assenza totale di lettura. Di moltissimi, infatti, se ne ha soltanto un ricordo stravolto dai libri di scuola, dalle antologie, dalle spiegazioni. I testi del Cinquecento giacciono inpubblicati in qualche biblioteca. Di molti si trova un’edizione, non diplomatica, che ha abbandonato la lingua originaria. E tuttavia una ricerca può rilevare ciò che per secoli è stato occultato, spianato, riportato a brani. La particolarità, l’unicità, lo specifico sarà la lettura a restituirli.

 

La lettura e il libro


La terra, la pietra, la tavola, il foglio, la pagina, il libro.
La traccia, il tracciato, l’incisione, la grafia, la scrittura.
L’informazione, la comunicazione, il messaggio, la lettura.
Che gli umani siano stati in grado d’inventare tutto questo è un miracolo. Uno straordinario miracolo che ha dell’incredibile. Noi possiamo oggi leggere, alla luce dell’attuale, dell’esperienza di artisti, di poeti, di scrittori, di scienziati e siamo in grado, con uno sforzo pulsionale, con impegno, con lealtà, di compiere anche una lettura del testo, quello che è rimasto, indelebile, eppure invisibile, sulle e nelle pagine del libro.
Che il libro esista è indice di apertura, che le biblioteche esistano è indice d’infinito.
E quante bellissime storie intorno ai libri e alle biblioteche, quanti discorsi, quante fantasie, quanti pensieri, quante follie hanno ruotato attorno a pagine rilegate, cucite, legate, incollate, scritte, cancellate, distrutte, bruciate.
Libri proibiti, libri studiati, libri belli, libri cari, libri grandi, libriccini. In ciascuno l’idea del sacro, dell’intoccabile, dell’incancellabile, dell’eterno. E forse la prima percezione di eternità si è avuta con il primo libro.
Il libro è ciò che resta. La civiltà se ne è sempre accostata tenendo in conto il suo carattere di sacralità, ha avuto con esso un rapporto inquieto, violento, a volte inaccettabile. Ha cercato di cancellarlo, di neutralizzarlo, l’ha messo all’indice, l’ha bruciato. Ma l’ha anche collezionato, abbellito, rivestito, ornato, ripulito, sistemato in eleganti biblioteche, in lussuosi templi, in lucrose custodie.
E oggi tenta di contenerlo nel più piccolo spazio possibile, di padroneggiarlo e di comprenderlo nel più breve tempo possibile, di toglierlo dall’infinito e di confinarlo in interminabili liste, cataloghi, concordanze, bibliografie. Il tecnicismo e l’automaticismo rinnegano l’eternità e ristagnano ciascuna cosa nello squallore delle cose finite. Le cose finite sono i libri già letti, già scritti, già editi una volta per tutte.
Ma quale libro può oggi non entrare nell’esperienza? Qualche libro la civiltà può permettersi di catalogare senza rischiarne la lettura? Con la slealtà dell’inquisitore, con la perversione del commentatore, con la povertà del critico il libro può perdersi e non giungere al lettore. Quando giunge però, quando il lettore lo cerca, lo acquista, lo legge, il libro è un interlocutore essenziale. Esso suggerisce, provoca, aggiunge sempre qualcosa, avvia una riflessione, conduce per sentieri difficili, si ammucchia sulla scrivania assieme a altri libri. Rimane nella biblioteca forse per molto, molto tempo... ma quando occorre è lì, disposto in un certo modo e secondo criteri precisi.
Quanti libri leggere. Quali libri leggere. La curiosità intellettuale, l’esigenza di fornirsi degli strumenti, la necessità di scrivere decidono della quantità e della qualità dei libri con cui ciascuno si trova a vivere investendo per essi, il giorno, la notte, il crepuscolo.

 

Come leggere


"Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro".
Così Machiavelli introduce il piacere della lettura e la disposizione a essa.
Come leggere non è un’interrogazione e non fonda nessuna risposta. Rilevare qualche dettaglio, balbettare qualche elemento teorico, provare a concludere all’aforisma possono fornire un contributo al piacere e instaurare il lusso del superfluo, ciò che non serve ma che è assolutamente necessario. Il piacere della lettura, e quanto di essa passa e ritorna all’esperienza. Grande lezione di Machiavelli.
Come leggere. Noi ci disponiamo. Un libro, un quaderno, dei fogli. Non sappiamo quanto troveremo leggendo. La dignità, la lealtà, la generosità intervengono come condizioni e come virtù. Gli appunti, le note, i richiami, le citazioni non riprendono il testo per spiegarlo, per riassumerlo, per commentarlo, ma annotano altri pensieri, proseguono l’elaborazione, introducono un altro testo.
La lettura mai procede per concentrazione, la lettura è distratta, fluttuante. L’attenzione ora va ora viene. E occorre la prima, ma sopra tutto la seconda lettura. Con la seconda lettura, che non segue la prima, ma che anzi dà alla prima la sua dignità, il testo entra nell’infinito. La novità, la sorpresa, la particolarità risaltano dalla seconda lettura. Così anche la memoria, la tradizione, l’originario. Quante volte leggere per giungere alla seconda lettura? Dieci, cento, mille: a volte non bastano e a volte basta una combinazione, la ricerca, l’esigenza di una lettura irrimandabile e urgentissima.
Nessun attaccamento alla lettura e nessuna passione. Tra le righe, l’idea, il fantasma, Dio, operano perché qualcosa si scriva. È una questione di onestà intellettuale, senza che io ci metta del mio, senza abolire, e tuttavia senza saperlo, quanto c’è di illeggibile, di invisibile e di iniscrivibile. Il distacco consente di rilevare l’assoluto e di attenersi a esso. L’assoluto traccia la direzione e quanto io trovo leggendo, lo trovo secondo la necessità, e rispetto a ciascun istante si aggiunge, si precisa, si scrive. Può trattarsi di un libro, di un avvenimento, di una notizia, di una circostanza. L’esercizio della lettura si compie secondo la necessità, leggendo e scrivendo, secondo il criterio della qualità. Nell’indifferenza, nell’automaticismo, nella sordità nessuna cosa giunge a compiersi, nessuna lettura sarà efficace per la scrittura. In altre parole, niente resterà.

La lettura e l’edizione


Da bambini, quando s’incomincia a leggere la prima fiaba, il primo racconto, il primo romanzo, le pagine di quel libro suggeriscono pensieri, idee, progetti per un itinerario intellettuale. Poi ci si accorge che i libri sono tanti, che questa straordinaria invenzione che è la lettura darà modo di leggere ancora, di annotare qualcosa che mai, altrimenti, avrebbe potuto annotarsi. E s’incomincia a fantasticare sulla fortuna di coloro che li fanno i libri, non solo gli scrittori, i poeti, gli artisti, ma anche gli editori, i redattori, i tipografi. Si prova a immaginare cosa ne sarebbe di questo pianeta senza i libri. Poi giunge quella notte in cui s’incomincia a scribacchiare qualcosa con l’illusione, dapprima impercettibile, che qualcuno un giorno leggerà quanto ora si sta scrivendo. E quando l’illusione è incontenibile si pensa anche che forse c’è un editore pronto a scommettere su quel testo e pubblicarlo. Oppure ci si immagina nello statuto di editore o di redattore nell’atto di leggere manoscritti e tra questi trovare, quasi anonimo e discreto, un grande capolavoro.
Ma non sono, queste, che fantasticherie di bambini. Intanto, la vita è curiosa e senza sapere come ma in una combinazione straordinaria di eventi, ci si può ritrovare a scrivere, oppure presso un editore a leggere manoscritti, a curare testi per la pubblicazione, a contribuire per l’edizione di una rivista.
E c’è di che sorprendersi.
Quando un manoscritto giunge alla casa editrice – e è cosa che accade ciascun giorno – quasi sempre arriva senza preavviso, qualcuno accompagnato da una lettera, di altri il nome dell’autore compare solo come mittente sulla busta. Fogli dattiloscritti, corretti a mano, con una bella rilegatura alcuni, sparsi altri, improvvisati molti. È il primo gesto, da parte dell’autore e dell’editore, di apertura e di rischio. E, per entrambi, una scommessa.
Lettura difficilissima quella dei manoscritti. Esiste la trama, il racconto, il messaggio? C’è la lingua, la ricerca, l’autenticità, l’inquietudine? Cosa occorre e cos’è necessario che l’editore metta in conto nella conversazione con l’autore? C’è già il libro oppure quanto io rilevo dalla lettura mi dà l’occasione di proporre un intervento linguistico, una revisione, un ulteriore lavoro sintattico? Si tratta della prima stesura, o c’è materiale per la stesura originaria? E se non c’è niente, quando questo niente deborda fino a imporsi all’attenzione?
Quando l’editore decide di scommettere sulla pubblicazione di un testo, la lettura si svolge su un altro stadio che è quello dell’edizione e della riuscita editoriale. E qui occorre il testo nella sua integrità. Questo è il compito della lettura editoriale. La lingua, la scrittura, il messaggio partecipano all’integrità del testo e la lettura li sottolinea, li rileva, li espone, li mette in gioco. Può capitare che l’autore non consegni il testo nella sua integrità, che abbia trascurato questa lettura e che per questo si affidi all’editore: in tal caso la collaborazione, la conversazione, se necessaria la riscrittura di alcuni passi da parte dell’autore secondo la lettura editoriale, è ciò che avviene e che stabilisce il testo per la pubblicazione ((1997)

Il libro nell'arte

 


Fabiola Giancotti

 

 

 

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