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Mario Luzi

Dentro le strofe con gli arnesi del pensiero

GAZZETTA DI PARMA, 13 giugno 1995

Ha ancora senso alla fine del secondo millennio parlare della poesia? Il testo di Dante, Leopardi, Manzoni, nell’era della comunicazione planetaria, trova ancora giovani disposti all’ascolto? Su quali fondazioni poggia la vita di ciascuno di noi? E qual è l’itinerario di formazione e di arte? Mario Luzi, poeta e scrittore che ha attraversato per intero il Novecento, secolo di ideologie, di rivoluzioni, d’inimmaginabili trasformazioni, ci dà elementi di riflessione in questo libro, appena uscito da Garzanti, La naturalezza del poeta che raccoglie alcuni saggi critici, interventi del 1941 (Un’illusione platonica, Prosa e poesia), 1945 (L’inferno e il limbo), 1941 (La naturalezza del poeta), 1965 (Idea e evento), 1989 (Le parole agoniche della poesia), 1992 (Nel cuore dell’orfanità). Saggi in parte pubblicati, in parte inediti. Cinquant’anni di ricerca, di scrittura, di esperienza, di solitudine e d’inquietudine di un poeta che ha già consegnato la sua opera alla storia. E c’è una costellazione di termini che vale, ancora oggi, il piacere di leggere. La parola, per esempio. Ma anche la nozione di natura e di poesia e di poeta.

"Come avviene nella natura, proprio nella sua determinazione il poeta trova la sua libertà", come virtù del principio della parola. La naturalità sfugge al poeta, che invece ritrova nella natura non naturale tutti gli artifici della macchina e della tecnica, dell’arte e dell’invenzione. De rerum natura: da dove vengono e dove vanno le cose: questa è la lezione di Lucrezio, poeta sublime per nulla naturalista. La natura, cioè come le cose incominciano, come si enunciano, come si scrivono. Il poeta percorre questa via: una via che procede dalla lotta, dalla speranza, che passa attraverso la fede e le idee, che esplora il labirinto e il paradiso per giungere all’enigma del linguaggio. Nessuna interpretazione dunque, nessun commento, nessuna soggettivazione della poesia e della prosa. Piuttosto, l’invito è alla lettura del testo nella sua integrità, nella sua prosa e nella sua poesia.

Mario Luzi, poeta ottantenne, fiorentino come pochi oggi, dice che scrivere è "scrivere nella vita e poi addirittura con la vita, mediante l’inchiostro della vita" tramite i mezzi e gli strumenti della parola in modo che l’itinerario di ciascuno approdi alla qualità e alla scrittura della parola. Tra la difficoltà e la semplicità. Non c’è scrittura – poesia o prosa che sia – facile. La facilità di scrittura indica il naturalismo della scrittura. Nessuno incomincia la sua avventura intellettuale con la facilità, quasi sempre la scrittura di un grande poeta, di uno scienziato, di un artista, all’inizio è difficile, priva di quell’esperienza che decide della semplicità. Quasi sempre chi crede di avere facilità di scrittura si trova poi a non dover dire nulla, a naturalizzare i suoi tic, il suo nervosismo, la sua ansia, la sua depressione facendo passare il tutto come scrittura comune di cui non resta traccia. La facilità è la normalità, il luogo comune, la negazione assoluta della semplicità. La semplicità è una conquista che giunge dopo un lungo, difficile, estremo itinerario.

La "naturalezza" di Luzi è questa semplicità che procede dalla disposizione all’ascolto e dall’umiltà del poeta, dello scrittore, dell’artista. "La modestia del poeta non è solo l’effetto della sua gentilezza d’animo e neppure la conseguenza di un duro lavoro che continuamente mortifica la vanità; la modestia del poeta non è un merito, è una condizione e una necessità".

Il poeta, colui che "avverte come non sua la parola" è obbligato a cogliere, della parola, gli elementi e a non significarli, a non spiegarli, a non assumerli come personali. Egli deve consegnarli al pubblico, al lettore, nella loro realtà, nel loro assoluto e nella loro integrità e globalità. La "creazione poetica" è dunque l’impossibile mediazione del poeta con la natura delle cose. Il poeta "sente" che le cose si dicono, si fanno e si scrivono e è questo istante infinito che ci offre la poesia. La poesia esiste nell’occorrenza delle cose, nell’occasione, quando le cose avvengono e divengono. La poesia nell’accezione di poiesis, di produzione o creatività, ma anche di fare. La poesia fa l’evento e l’avvenimento. E il cosiddetto "verso poetico" è pretesto per il ritmo, per la scansione dell’infinito. Indica che il tempo della poesia è "un presente che risponde direttamente all’eternità".

La lingua della poesia è la lingua di Dante, la lingua sorta a Firenze, la "volgar lingua", la lingua della comunicazione, la lingua in cui nessuno parla ma in cui ciascuno intende, quella cui accenna san Paolo nella I Lettera ai Corinti, riportata da Luzi nel suo saggio Glossolalia e profezia.

Tra le tante letture che abbiamo fatto in questo secolo, intrise di luoghi comuni, di movimenti e tendenze letterarie, di acquisizioni fasulle e costumi dell’epoca, questo libro di Luzi vanifica l’idea del deserto e della totale indifferenza linguistica. "Ma a me pare che – conclude Mario Luzi – la testimonianza cui la poesia non è venuta meno vada sempre più somigliando al suo primo significato, cioè al martirio". (95)

Fabiola Giancotti

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