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La morte nelle religioni (J. Bowker)

(Jesus, luglio 1996)

 

Molto spesso affrontare la questione della morte è il modo più diretto di prendere questa nozione e di renderla umana cioè comprensibile e, in molti casi, addirittura gestibile. La maggior parte dei libri, delle ricerche, delle teorie si limitano ad analizzare i modi, i rituali, le mitologie; descrivono il trattamento del cadavere sul quale, con la complicità del discorso scientifico, vengono applicate le leggi della termodinamica e dell’energetistica; alimentano il dibattito intorno all’immortalità e al regno dell’aldilà. Nella cultura occidentale, c’è un "discorso della morte" che propone una sorta di manualistica comportamentale e che suggerisce come prepararsi a morire, come assumere la morte, come gestirla, come prolungarla o anticiparla, come trasformarla in droga o in psicofarmaco (la buona morte, il male incurabile, l’aborto o l’eutanasia, l’omicidio, il suicidio). Come imparare a convivere con la morte e rappresentarsi ora come morti-viventi ora come vivi in attesa della morte.

Il libro di John Bewker, appena uscito presso le edizioni San Paolo, offre però spunti importanti di riflessione, soprattutto nei capitoli, iniziale e conclusivo, in cui affronta, a suo modo, vari pregiudizi e luoghi comuni. Nei capitoli centrali, egli tenta un’analisi della nozione di morte nelle religioni monoteistiche e nelle religioni orientali. Data l’ignoranza strutturale intorno alla questione e l’impossibilità di riservare a essa un trattamento secondo canoni puramente speculativi, possiamo constatare che l’approccio attraverso le religioni è un modo non banale per intendere, della morte, la portata linguistica e le implicazioni per la civiltà.

Ciascuna religione, costituitasi nei secoli non già come "oppio dei popoli" ma come apertura, come relazione, come legame (dal termine latino religio, legere secondo Cicerone, ligare secondo Tertulliano), costituisce il modo su cui si fonda l’alleanza tra l’uomo e Dio e il modo da cui le cose procedono. Nessuna religione infatti si fonda sulla fine del tempo, della vita, del pensiero.

La morte "secondo la religione" non è né mortifera né mortale. Ma c’è una "religione della morte" – il "discorso della morte" – che invade il pianeta e rende tutto uguale, tutto livellato, tutto sotto il controllo del pregiudizio e della fine totale, assoluta, senza speranza.

La religione non si serve della morte, non la gestisce, non ne fonda la credenza né la certezza. La morte non è il male, il negativo, la colpa o la pena. Per ciascuno è forse l’esperienza della vita, l’indice della sua differenza. Anche se ciascuna religione trova vie differenti per eleborarla, in nessun caso essa viene assunta come sostanziale. Mai, una religione che ha Dio come idea dell’assoluto, diventa religione della morte.

Ecco qualche esempio. L’ebraismo affronta la questione seguendo il sentiero del nome: il nome non muore e si tramanda di discendenza in discendenza. Il Dio dell’Antico Testamento, infatti, promette a Abramo una discendenza "numerosa come i granelli di sabbia sulla riva del mare". La morte, qui, sarebbe l’interruzione della discendenza che gli ebrei scongiurano con l’offerta del sacrificio, anche della vita se necessario. L’ammissione del figlio, la sua morte e la sua resurrezione, apre la via del cristianesimo. Non in tutti i casi, però, la questione morte riesce a porsi come non alternativa alla questione vita. Nel protestantesimo, per esempio, essa mantiene la sua valenza negativa e punitiva. Nell’Islam la decisione spetta a Dio nel giorno del giudizio: fino a quel giorno, dal giorno della loro morte, i buoni riposeranno per poi godere dell’eternità vicino a Dio, mentre i cattivi bruceranno immediatamente nel fuoco della Gehenna. La vita non è che una prova senza cui il giudizio è impossibile.

Nella tradizione orientale, la morte ha un’altra accezione: non si muore mai veramente prima di aver raggiunto la perfezione, che non è né soggettiva, né umana. La ripetizione della morte con la conseguente dissociazione da essa (nell’induismo) e la trasmissione infinita del nirvana, della quiete (nel buddhismo), rendono il corpo funzionale alla morte e indegno per l’eternità.

Questo libro, come altri che occorre leggere, è utile al dibattito.

Fabiola Giancotti

 

 

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