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La virtù della pazienza nel cristianesimo,nell'Islam, nell'ebraismo

Elogio di Giobbe, il paziente

AVVENIRE, 28 marzo 1996

Tutto va male, le cose non funzionano, gli amici sono indiscreti, in famiglia non ci si capisce, la vita è insopportabile, basta niente perché tutti si mettano a gridare, a difendere le proprie ragioni, a parlar male degli altri, a erigere un muro sempre più insormontabile d’inascolto, d’incomprensione, di pazzia. E ognuno, da una parte e dall’altra di questo muro, parla nella propria lingua, ripropone quella Babele in cui non c’è posto per l’intelligenza, per la tolleranza, per la pazienza. Incomincia dalla mattina, fino alla sera, in un lavorio incredibile di supposizioni, ipotesi, imprecazioni e bestemmie contro l’altro che in qualche modo ci ha stuzzicato, ci ha offeso, ci ha frodato. In una società in cui ognuno dice la sua, ha ancora senso parlare della pazienza? Lo vediamo dalla cronaca: la gente litiga, uccide e si uccide, provoca disastri e conta sulla permalosità e sull’irascibilità dell’altro. Capita così in tutti gli angoli del mondo. Sa di trovare terreno fertile per il discorso del male, per il discorso della guerra, contro la tolleranza e contro l’umiltà che sono alla base della città, della società, della comunicazione.

Ma allora chi è paziente? Che cos’è la pazienza? Ne parliamo perché va di moda? No, la pazienza, l’intelligenza, l’umiltà non vanno mai di moda. Sono virtù degli uomini grandi e umili, di quelli che lasciano la loro traccia nella storia. Queste virtù non sono popolari, nell’accezione più negativa che si dà a questo temine, perché non appartengono a tutti. Ciascuno però è in grado di formarsi, di provarsi e di vincere. È una questione che riguarda ciascuno nella sua particolarità e nella sua specificità. Che si acquista con lo studio, con il lavoro, con i viaggi, ma soprattutto con la speranza, con la fede, con la decisione, con l’esperienza. Parlare nella propria lingua è facile, ognuno può dire la sua e aggiungere rumore, confusione, spreco. Esercitare la virtù della pazienza è difficile: occorre essere formati alle difficoltà della vita e intendere che la vita non è mai facile, anche se così può erroneamente, qualche volta, apparire. Un altro conto è la semplicità che è l’altra faccia della difficoltà e, infatti, simultaneamente, a ciascuna difficoltà affrontata con lealtà e con umiltà segue la semplicità, ossia: qualcosa prosegue e non lascia intorno a sé morte e distruzione, ma speranza e avvenire.

Gli esempi? Li trovate nel grande libro della Bibbia, ma anche nel Corano, negli scritti dei Padri della Chiesa, dei santi, in ciascuna grande religione del nostro pianeta. (Si legga a questo proposito anche il libro di Francesco Gioia, Il vangelo della pazienza, San Paolo) Storie, racconti, motti, aforismi, proverbi cui per millenni generazioni di uomini e donne, di re e di umili hanno fatto riferimento. La nozione di pazienza c’è nell’Islam, nell’ebraismo, nel cristianesimo, ma ci sono tracce anche nell’induismo, nel buddismo, nel confucianesimo. Esplorarne il modo, cioè l’esercizio della pazienza in ciascuna religione, può costituire la base della comunicazione interreligiosa, oggi così essenziale perché non si parli più nella lingua dei litiganti. Bastano le piazze dei paesi per questo, specialmente in questo periodo.

Nella cultura delle grandi religioni, dal di dentro di esse, i fedeli, i mistici, coloro che in un modo o nell’altro solo vicini a Dio, anche nel dolore più grande, sono pazienti. La loro è una pazienza viva, che tocca nel più profondo della carne, che asciuga le lacrime, che brucia la pelle. Essa però non uccide. Non è una droga, non è uno psicofarmaco, è un modo per avviarsi il paradiso.

Speranza, fiducia, perseveranza: può intendersi così la pazienza nell’Islam?

"C’è un disegno di Dio, cui ciascuno appartiene – ci dice Gabriele Mandel, musulmano e ricercatore islamista –. Nel Corano ci sono 99 nomi di Dio. L’ultimo nome di Dio è il Paziente. L’imperativo ‘Sii paziente’ è costante nell’Islam. Ma è indubbio che la pazienza è una delle qualità essenziali dell’essere umano. Il Corano dice spesso: il vero fedele non è colui che prega volto a oriente, volto a occidente, è colui che si comporta bene, che rispetta i propri impegni, che non lede gli altri, che è paziente. Per questo la pazienza è la chiave della serenità".

"Islam", infatti, è: pazienti nell’abbandonarsi a Dio. C’è la nozione di Dio impaziente?

"Il nome ultimo di Dio è il Paziente, quindi non è impaziente. L’uomo può essere impaziente, Dio rispetto all’uomo, assolutamente no. Dio non ha tempo. L’impazienza è un dato di colui che crede di avere o di non avere tempo, oppure che vuole che tutto avvenga in un tempo molto breve. Ora, se il tempo non esistesse, ci sarebbe il senso dell’impazienza? No! L’attesa non è pazienza. La pazienza è una qualità, l’attesa invece è una consapevolezza. E se la pazienza fosse sopportazione non esisterebbero due termini. Ogni termine ha un suo valore ben preciso. La prima cosa che i sufi insegnano ai propri allievi è di saper distinguere il valore dei termini: se noi facciamo confusione sui termini allora abbiamo la mente confusa".

Forza, resistenza, non accettazione dell’ingiustizia, ubbidienza è la pazienza nell’accezione ebraica che emerge dalla conversazione con il rabbino capo della Comunità ebraica di Milano, Laras: "Parlando di pazienza viene in mente una figura biblica molto nota: Giobbe. La pazienza di Giobbe. Però, se noi appena approfondiamo il personaggio di Giobbe ci rendiamo conto che non era poi così paziente come siamo abituati a immaginare. Colpito da disgrazie e sofferenze inaudite, egli si ribella, impreca contro Dio, dice che la collera di Dio si è abbattuta su di lui a torto, perché è innocente. Il concetto di pazienza non è necessariamente legato ad accettare passivamente e con rassegnazione le avversità, anzi, qualche volta, di fronte a qualcosa d’ingiusto, ci si può e ci si deve ribellare. Giobbe è un uomo di fede, ma la sua è una fede non silente, una fede che reagisce, che addirittura contende con Dio e che poi, proprio perché è stata passata al vaglio della ragione, sbocca in una fede ancora maggiore. Egli non capisce e ritiene ingiusta la sua sofferenza, ma: ‘Ho parlato senza discernimento di cose superiori a me, che non comprendevo’. La via per giungere a questa enunciazione è lunga, difficile, dolorosa. Un’altra figura biblica è Abramo – prosegue Laras –: anche nel suo caso la fede è grande per una prova così estrema che è il sacrificio del figlio. Ecco, la pazienza nell’ebraismo scaturisce dalla fede. Nel Trattato dei Padri, che è il trattato etico per eccellenza dell’ebraismo, si passano in rassegna alcune posizioni emblematiche. ‘L’uomo empio è colui che è facile ad adirarsi e difficile a placarsi mentre l’uomo pio è colui che è difficile ad adirarsi e facile a placarsi’".

"Domani sarà migliore di oggi", questa è la pazienza ebraica secondo Riccardo Calimani, scrittore ebreo. E probabilmente questa, per gli ebrei, è anche una logica, quella che assolve al loro destino globale.

L’imperturbabilità, l’autocontrollo, la non violenza sono invece le caratteristiche della pazienza nell’induismo, mentre la benevolenza, la compassione, la sopportazione li troviamo più pronunciate nel buddismo.

Di Cristo basti ricordare la sua passione. Noi l’intendiamo come cammino verso l’eternità, come compimento delle scritture. Lo squarcio del paradiso. Nel cristianesimo la pazienza è tolleranza, umiltà, carità, tranquillità, circostanza fortuita (anche la tentazione può divenire circostanza) affinché qualcosa resti, qualcosa la cui conquista ha comportato la difficoltà estrema, l’impegno assoluto, la disposizione costante.

In questa traversata non bisogna dimenticare gli scrittori, i poeti, gli artisti: ciascuno con il loro contributo dà una mano agli umani per avvicinarsi a Dio. Fin dal mattino è l’azzurro il colore della pazienza, ci scrive Vittorio Vettori. "L’azzurro della poesia e ... il bianco preliminare dell’alba, ... la noche obscura dell’anima ... e gli uomini grigi, ... il verde della germinazione e della crescita e il rosso della protesta e del grido ... e uno speciale colore senza nullo colore ... la luce paziente della coscienza": i sette colori della pazienza.

Le definizioni, gli esempi rispetto a questo termine sono tanti e tutti nell’accezione più nobile e più alta. La sofferenza cui pensiamo nel pronunciare la parola pazienza, non è patimento, passività, accettazione della morte, ma fa parte di quella conquista che ci porta più vicini a Dio e, anche, meno irascibili tra noi, qualunque sia la nostra religione.

Fabiola Giancotti

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