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La psicanalisi. Una nota

Se la religione trionfa, la psicanalisi fallisce: è quanto diceva Freud durante il suo viaggio in America con Jung.

La religione in America ha trionfato come rituale gnostico, e la psicanalisi è diventata una religione ossia una pratica che tutti devono praticare per stare bene, per salvarsi dalle insidie del mondo, per guarire dal male oscuro, per vivere calmi.

Ma la psicanalisi sorge da un’esperienza tutt’altro che facile.

Freud si trova a esplorare qualcosa di nuovo cui dà l’impronta e lo stile della sua tradizione ebraica. Conia il termine psicanalisi nel 1896, in seguito alla morte del padre, quando avverte che il padre non fonda una genealogia e che non muore. Sulla via di questa elaborazione s’imbatte nel transfert (ciò che accompagna l’esperienza nel suo svolgimento scientifico), e incomincia a indagare sul parricidio e sulla sessualità, termine, quest’ultimo, che interviene anch’esso per la prima volta in occidente.

Come incomincia dunque questa nuova scienza? Occorre stabilire delle convenzioni? Fondare un’ideologia, partire dal già noto, rifarsi alla psichiatria o alla psicologia, alla medicina o alla filosofia, all’antropologia o allo strutturalismo? Tutte cose note, convenzionali, scontate. Freud è incuriosito da quanto da quanto poteva dirsi, risultando altro da quel che si dice, dai sogni, dal modo con cui si raccontano, dai gesti, dai pensieri. Lapsus, dimenticanze, motti di spirito, fantasie, allucinazioni: è questa la materia su cui Freud indaga fino all’Interpretazione dei sogni, frutto di un’impossibile autoanalisi i cui frammenti inventano la linguistica, quella che per altre vie sorge quasi negli stessi anni a Ginevra con Saussure. A Freud il merito di avere inventato la psicanalisi? Certamente sì, ma occorre leggere il suo testo e il testo della psicanalisi di questi cento anni per analizzare i pregiudizi che ogni epoca ha assunto per tradurlo, per renderlo comprensibile, per codificarlo e neutralizzarne gli effetti. Accade però che gli effetti siano imprevedibili. Contrariamente alle altre scienze, la psicanalisi si occupa proprio di questi effetti, di quanto è scartato perché inclassificabile e incontrollabile dal discorso occidentale che invece fonda e si fonda come causa per la normalizzazione e il luogo comune.

In cento anni, la breccia aperta dalla psicanalisi ha conosciuto parecchi oscurantismi tra cui quello della psicoterapia: la negazione assoluta dell’esperienza psicanalitica.

La psicanalisi esiste solo come esperienza di parola. Chi formula una domanda vuole intendere se quanto avverte può costituire motivo di arte, di invenzione, di scrittura o, semplicemente, di vita, di parola, di curiosità intellettuale. Chi avverte questo disagio non chiede mai di guarire, di normalizzarsi, di adeguarsi. Non chiede mai la morte o lo psicofarmaco, perché altrimenti non parlerebbe, baratterebbe la parola con il passaggio all’azione, con l’atto compiuto, con la fine. Se un uomo o una donna, un ragazzo o una ragazza chiedono, a chi occupa la posizione impossibile di psicanalista, di parlare, di avviare una conversazione, non è mai per dire: "Io non sono normale, voglio diventare normale", ma: "C’è qualcosa che non capisco, avverto cose nuove, vorrei scrivere, leggere, vivere, ma non trovo interlocutori, non trovo una struttura, non trovo un dispositivo". È una domanda di vita, non di morte.

Analisi, il termine greco è: senza soluzione. Senza soluzione alla particolarità, alla logica particolare a ciascuno cioè all’inconscio. L’inconscio non c’era prima della psicanalisi. Freud lo elabora nella prima topica, la psicanalisi lo ritrova come logica di cui l’oggetto è un aspetto. L’inconscio è la logica particolare a ciascuno: secondo questa logica si svolge l’esperienza della psicanalisi, per questo l’analisi non è né collettiva né comune né individuale né didattica. L’apporto di ciascuno alla psicanalisi porta al caso clinico, l’impossibile storia della psicanalisi si scrive con l’itinerario di ciascun caso, unico e non universale. Caso di qualità e non di guarigione o di malattia. Intorno a una costellazione di termini che Freud ha inventato all’esordio della psicanalisi, a cento anni può precisarsi un’altra struttura, quella della parola originaria. La psicoterapia si è dimostrata incapace di governare l’inconscio, il transfert, la sessualità; lo psicofarmaco ha provato lo scacco del discorso assunto come causa e nessuna assunzione della morte riesce se non come rappresentazione della fine. Ma le cose non finiscono. La psicanalisi è la parola nella sua esperienza e l’analisi non ha termine così come non ha inizio. Per incominciare basta un lapsus, una cantonata, un pretesto, un disagio incalcolabile. E la decisione di divenire artista, di non accontentarsi. La psicanalisi non è una pratica di isolamento o di compagnia, esiste dove c’è associazione, dispositivo del fare, arte e invenzione. 94

Fabiola Giancotti

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