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Vintila Horia

La lettera apocrifa

GAZZETTA DI PARMA, 21 novembre 1995

Nato in Romania nel 1915, esiliato durante la seconda guerra mondiale, Vintila Horia, poeta e narratore è popolarissimo in Francia per avere rifiutato – causa questioni politiche legate al suo paese – il premio Goncourt che gli venne attribuito negli anni sessanta per il suo primo libro Dio è nato in esilio, la ricostruzione, sotto forma di romanzo, della vita e dell’esilio del poeta latino Ovidio. Formula riuscitissima che oltre all’impossibile biografia – genere letterario ampiamente utilizzato in quasi tutte le letterature – introduce la suggestione linguistica, l’artificio del racconto e la poesia di un’altra storia, di un’altra avventura, di un’altra scrittura. Un pretesto per il gioco, per la memoria, per quel che resta.

Con Dio è nato in esilio, La settima lettera è il secondo romanzo che l’editore Fogola di Torino pubblica in Italia nella austera, bella e fine collana La torre d’avorio: un piccolo gioiello per collezionisti e non solo. Il riferimento è immediato: la VII lettera è quella di Platone, di sicuro l’unica autentica tra le varie attribuite al filosofo greco. "Non ho fatto che dare a questa lettera la forma di un romanzo, tentando di trasporla, dalla realtà immediata che riflette, alla forma dell’arte, senza limiti nel tempo" dice Horia nella Nota finale. "Salvo alcuni personaggi e alcune scene, che fanno del libro un romanzo, il resto è vero, nella misura in cui la storia è più vera della letteratura". E, oltre la storia e la letteratura, qui c’è anche la filosofia platonica, interpretata in forma letteraria, intessuta di pensieri, speranze, sensazioni che nella filosofia e nella scrittura originaria di Platone si sviluppano con altra intensità e in altre direzioni dove però rimane intatta la penna dello scrittore rumeno che utilizza due millenni e mezzo per inventare un Platone poeta, lì lì per compiere la sua missione, quasi alle soglie di un’altra via e del compimento.

Discepolo di Socrate, amico di Archita, tiranno di Taranto, verso i quarant’anni Platone si reca a Siracusa dal tiranno Dionigi il Vecchio nel tentativo di attuare il suo progetto "politico" e convertire Dionigi alla filosofia: "Volevo avvicinare il tiranno, conoscerlo, misurare l’anima sua, rivelargli una parte della verità e trasformarlo in riformatore", secondo l’idea che soltanto un principe-filosofo avrebbe potuto costruire una politica forte e vincente. Ma Dionigi era un tiranno: sospettoso, impaurito, terrorizzato dal pericolo di congiure e sicuro che anche il suo stesso figlio, Dionigi il Giovane, se fosse stato introdotto ai segreti di stato e del governare, avrebbe potuto ucciderlo e prendere il suo posto.

All’epoca di quel viaggio, Platone fu varie volte sul punto di credere Dionigi malleabile ai suoi insegnamenti, ma dovette rivedersi e volgere la sua attenzione al futuro e dunque a Dionigi il Giovane, che all’epoca costruiva bambole e riceveva l’educazione delle fanciulle, e a Dione, cognato del vecchio tiranno, amico e discepolo di Platone.

La vicenda di Dione è l’argomento principale della VII lettera del filosofo. Esiliato una prima volta e privato di tutti i suoi beni da Dionigi il Vecchio, da Dionigi il Giovane non fu trattato altrimenti: entrambi, padre e figlio, erano ossessionati dal pericolo della presenza di Dione a Siracusa e insidiati dall’amicizia che correva fra lui e il filosofo. Più di una volta, infatti, lo stesso Platone fu ricattato contro Dione e venne tenuto prigioniero a Siracusa come garanzia di salvezza.

Tornato a Atene non senza difficoltà, Platone lasciò passare venti anni prima di accogliere l’invito di Dionigi il Giovane di ritornare in Sicilia, Il vecchio tiranno era morto pazzo ma il Giovane intendeva ridargli l’occasione di realizzare il suo sogno: una nuova città fondata sulla saggezza e sulla giustizia. Il terzo viaggio non fu che per constatare il fallimento del primo e del secondo.

Questa la storia. Sullo sfondo l’aria che si respira è quella del Mediterraneo, con i suoi colori violenti e la sua luce accecante. Atene, Taranto, Crotone, Siracusa, l’Etna: è come percorrere quei sentieri tra gli ulivi, essere presi nelle onde delle colline e dei mari, toccare con mano le alture e gli abissi dell’amicizia e del tradimento, dell’amore e dell’indifferenza. Interviene qui la scrittura, quella che Platone riteneva impossibile e sconveniente, quella che Horia ritiene inutile e infedele. Farmaco e mediazione per Platone, suggestione e seduzione per Horia. L’uno si muove nella tradizione greca, l’altro nella tradizione ebraica. Non ancora nella tradizione cattolica e cioè come scrittura dell’esperienza, come scrittura delle cose che si fanno. E la memoria della VII lettera di Platone non è la stessa memoria della Settima lettera di Horia, l’una come ritorno all’essere, l’altra come insinuante il sospetto del dissolvimento dell’essere quale miraggio della filosofia. Forse anche per questo l’impossibile biografia di Platone diviene un’indicazione di lettura del testo di uno scrittore rumeno in esilio, scomparso già nel 1992. 95

Fabiola Giancotti

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